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C’era una volta Mimì: Domenico Santarella. Al Piccolo Teatro di Bari

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C’era una volta Mimì: Domenico Santarella. Al Piccolo Teatro di Bari

Un fascino mai sepolto quello di Domenico Modugno (1928-1994) ma piuttosto scolpito nelle menti di chi ha avuto la fortuna di seguire gli anni d’oro del suo successo, ma anche del declino, quando da deputato del Partito Radicale tentava tentava di battersi per i diritti degli anziani più deboli e disabili.

Lo spettacolo rappresentato al Piccolo Teatro di Bari sabato 17 marzo, “C’era una volta Mimì” ripercorre gli anni dell’ascesa del Mimmo nazionale e quindi dei suoi maggiori exploit.
Il tutto recitato  dall’attore ma anche cantante (diremo un tutt’uno) ventiquattrenne Domenico Santarella, accompagnato dalla valida chitarra di Miky Zucaro e del corpo di ballo della scuola di danza Palcoscenico, che ha commentato i più grandi successi di Modugno con coreografie appropriate.
Lo spettacolo è promosso da MyAlterEgo, agenzia di formazione ed eventi.
L’esordio dello show mostra Santarella (Modugno) che entra in scena dalla platea    cantando in dialetto  salentino.
Infatti Mimmo Modugno, nato a Polignano a Mare, come viene anche spiegato nel corso di un monologo, all’età di 5 anni si trasferì con la famiglia a San Pietro Vernotico, provincia di Brindisi.
Dunque parlava un dialetto più corrispondente al brindisino, o leccese, che a quello della provincia di Bari. La somiglianza dell’attore protagonista con “Mister Volare” è accentuata dalla capigliatura, nera e riccia e dai baffetti.
Dopo un accenno alla vittoria sanremese con “Nel blu dipinto di blu” (Volare) del 1958, si  arriva  a un altro successo importante, “Meraviglioso“. Ci si rifà  anche agli esordi, da “popolano” a speranzoso apprendista e attore all’Accademia di Arte Drammatica di Roma.
Riguardo “Meraviglioso” una piccola nota polemica da parte di Santarella: il pezzo fu scartato dal Festival di Sanremo del 1968 da Renzo Arbore, che lo definì poco adatto alla kermesse, salvo (molto dopo) ravvedersi.
Lo show procede poi in maniera organica, esplorando le diverse anime di Domenico Modugno, iniziando dai suoi esordi dialettali con canzoni legate alla tradizione e alla pizzica salentina .
Cinque ballerine si  esibiscono sulle note di Lu Tambureddu che fu pubblicato nel 1955 con un 78 giri.
L’attore ci illumina sul fatto che Modugno non si adeguasse ai canoni classici del canto, mentre voci registrate riportano altri echi della sua biografia.
Durante l’one man show Domenico Santarella cambierà diversi abiti.
Ad esempio, lo si vede in canottiera bianca, indumento tipico delle estati del sud degli  anni Cinquanta (fu riciclato come oggetto cult di moda da Dolce e Gabbani, più di recente ) nell’eseguire Cara Terra Mia, canzone autobiografica interpretata dalle ballerine della scuola Palcoscenico per mezzo di  movimenti dolenti che sottolineano e misurano la drammaticità del testo. In seguito vedremo indossati smoking e altri abiti di  scena mutuati da quelli originali.
Al centro sperimentale di Roma Mimmo  Modugno non presenterà per  l’ammissione un  saggio di teatro  classico ma il pezzo La Cicoria, non molto noto al grande pubblico.
Il cantante per ottenere  più visibilità spaziò dall’usare, nelle sue prime composizioni,  dopo il dialetto pugliese anche quello napoletano, quindi  il  siciliano.
Tu si ‘na cosa grande    è una delle canzoni più apprezzate del periodo napoletano, ma anche Io Mammeta e tu non è da meno.
Eclettico nelle movenze e nella interpretazione, oltre che nelle  imitazioni delle voci, infantili o femminili, Domenico Santarella riesce a suscitare   le risate compiaciute del pubblico che sono di approvazione alla sua  versatilità e  alla  forte adesione al contesto appartenente all’interprete originario. Ma di Modugno viene messa in evidenza anche la sua anima di latin lover, che si rapporta a canzoni come Musetto che fu ispirata all’autore dalla moglie, Franca Gandolfi.
La figurante che accompagna in scena l’esecuzione è vestita di rosso come la “Gigi” del brano.
Santarella interagisce poi col pubblico disegnando una versione ironica e sottomessa della donna: Il contesto  è il pezzo Che Me ne Importa a Me dove a dover chiedere scusa è lei (“l’han vista l’altra notte passeggiare con Armando”,etc. ).
E’ il turno di La Donna Riccia, del periodo siciliano, imposto a Modugno dal produttore di una trasmissione  radio, Amuri Amuri, che l’artista conduceva all’inizio con timido successo, quindi con un trionfo. Eterodiretto da logiche discografiche e produttive,  riesce a innestare nelle  tematiche delle canzoni dialettali (e non) il suo tocco personale, di artista multiforme.
Qui il racconto si fa intimista, passionale, romantico e Resta Cu’ Mme desta i più grandi applausi.
E’ l’epitome infatti  di questi  sentimenti  e  ancora spazio allora alla struggente Dio Come Ti Amo interpretata dal corpo di danza con l’ausilio del suo primo ballerino e coreografo.
Dopo un accenno alle ospitate   televisive con Ciao Ciao Bambina, gli anni del ripensamento della sua arte a causa dell’imporsi del beat.
Qui si fa strada sempre più   il binomio canto-recitazione,  del quale brani  appartenenti alla  metà degli anni Settanta come Piange il telefono sono soltanto uno degli aspetti. L’apoteosi   sul palco Domenico Santarella  la   raggiunge però col brano “sociale ” Il vecchietto  grazie a sguardi, ammiccamenti, recitazione perfetta.  Dopo l’accenno all’elegante a  La Lontananza, un flash back relativo alla creazione della canzone Nel blu dipinto di Blu- Volare  con testo di Migliacci, alla quale Modugno aggiunse la sua musica e il  celebre ritornello “Volare oh oh, cantare, oh oh”, ecc…
Questo  si attesta come punto più emozionante dello  spettacolo per i  brividi che riesce a regalare.
Santarella, nel salutare il pubblico, ha ringraziato le ballerine Giusy, Veronica, Flavia, Viviana e Bianca e Vito Guglielmi, ballerino-insegnante oltre che coreografo della scuola Il Palcoscenico. Dunque ha omaggiato il musicista Miki Zucaro ed eseguito il brano preferito di Modugno, Vecchio Frack.
18 marzo 2018

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